Investire nel quantum: quattro vie, le metriche giuste e cinque domande
Il metodo della puntata 26 in forma di guida: come ci si espone al quantum, che cosa dicono davvero i conti delle quotate del 2026, che cosa contiene un ETF "quantum", quali metriche guardare e quali ignorare, i segnali rossi e le cinque domande. Con il rimando alle schede di 25 quotate ed ETF. Nessuna raccomandazione: solo metodo.
Nel 2026 il quantum computing è diventato un settore investibile per un risparmiatore normale: sei quotazioni in otto mesi, ETF da miliardi, perfino lo Stato americano azionista di quattro società. Ed è nello stesso tempo il settore in cui la distanza fra ricavi e valutazioni è la più grande che esista. Questo approfondimento non dice che cosa comprare — la serie non dà raccomandazioni finanziarie — ma come si legge un'azienda o un paniere di questo settore, usando i bilanci pubblici come casi di studio. È il complemento delle schede informative pubblicate nella sezione Aziende, ciascuna con i numeri pubblici e le avvertenze legali.
Le quattro vie per esporsi
Le pure-play quotate — società che fanno solo quantum, da tre a una decina nel 2026 — offrono esposizione e rischio massimi. Le grandi tecnologiche (IBM, Google, Microsoft, Amazon, Nvidia) fanno quantum anche, ma è una frazione dei loro conti: chi le compra compra soprattutto il resto. Gli ETF tematici promettono la via di mezzo, ma vanno letti riga per riga. Il venture capital è dove va la maggior parte del capitale del settore, e dove un risparmiatore arriva solo attraverso fondi specializzati — in Italia, ad esempio, quelli che hanno finanziato Algorithmiq.
La stagione delle quotazioni 2026
Infleqtion a febbraio, Xanadu e Horizon a marzo, Quantinuum a giugno (l'unica IPO tradizionale, 1,7 miliardi raccolti), IQM a luglio (la prima europea), Pasqal ad agosto, EigenQ in arrivo con una SPAC da tre miliardi. Quasi tutte via SPAC — la fusione con una società-contenitore già quotata, in cui il prezzo si fissa in trattativa privata e gli azionisti possono chiedere il rimborso (oltre il 90% nel caso Pasqal). La differenza si è vista subito: cali dal 40 all'80% nelle settimane successive. Lezione di metodo: IPO e SPAC non sono la stessa cosa.
Ricavi contro valutazioni
Da una parte i ricavi: la più grande, IonQ, ottanta milioni di dollari nell'ultimo trimestre; le altre fra tre e otto milioni. Dall'altra le capitalizzazioni: da uno a quindici miliardi ciascuna. Il rapporto prezzo/ricavi va da circa trenta volte per le meglio posizionate a oltre cinquecento, contro le cinque-dieci delle big tech: non un giudizio, la misura di quanto futuro c'è nel prezzo. Le perdite "mostro" dei trimestri — un miliardo e ottocento milioni in un caso — sono per la quasi totalità contabili (rivalutazione di warrant, compensi in azioni); il numero che conta è la cassa, fra mezzo miliardo e tre miliardi per le principali, cioè anni di autonomia.
L'ETF che non è quantum
Il più grande ETF "quantum" del mondo ha superato i cinque miliardi e mezzo di patrimonio ed è salito di circa il 40% da inizio anno; ma le società che fanno solo quantum, tutte insieme, pesano circa il 10%: il resto sono semiconduttori, cloud, software e AI. In un altro ETF "quantum" americano le pure-play sono lo 0,5%; un terzo, lanciato ad agosto con dieci titoli, ha un patrimonio di meno di due milioni di dollari. Gli ETF europei quotati a Milano fanno l'opposto: le pure-play al 5% ciascuna, molto più "quantum" e molto più volatili. La regola: prima di comprare un paniere, leggere l'etichetta.
Le metriche che contano e quelle che ingannano
Contano: la fedeltà delle operazioni e i qubit logici (non i qubit fisici); il portafoglio ordini — bookings e RPO, il futuro già firmato; la composizione dei ricavi, commerciali o governativi, ricorrenti o una tantum; la cassa, quanti anni dura, e il suo rovescio, la diluizione; e che cosa fanno gli insider. Ingannano: il numero di qubit da solo, le roadmap al 2030 lette come guidance, le crescite percentuali da base zero, le perdite gonfiate da warrant e stock option, gli ETF "quantum" che sono semiconduttori.
I segnali rossi
Nelle tre società quotate da più tempo, in tre anni i dirigenti hanno venduto azioni per circa 863 milioni di dollari e ne hanno comprate per tre: normale per chi è pagato in azioni, ma da sapere. I lock-up: per la maggiore delle nuove quotate scade a dicembre. Le SPAC: meno domande all'ingresso, più sorprese dopo. I report degli short seller e le indagini legali: almeno due società del settore ne sono state oggetto, una class action è in corso, e a settembre alcuni studi legali hanno annunciato indagini su un'altra quotata dopo una trimestrale sotto le attese. Non sono accuse: sono informazioni, e si leggono gratis.
Le cinque domande prima di investire
Chi paga oggi — clienti commerciali o contributi pubblici, ricorrenti o una tantum. Dov'è il benchmark classico — la società pubblica risultati contendibili o comunicati? Quanto è già classico — quanta parte del business gira su computer normali (nel round più grande dell'estate, Multiverse, quasi tutto). Quanto futuro c'è nel prezzo — il rapporto fra valutazione e ricavi, e quanti anni di crescita perfetta servono per giustificarlo. Chi sta uscendo — insider, lock-up, azionisti della SPAC che chiedono il rimborso. Un pomeriggio di lavoro, tutto su documenti pubblici.
È una bolla?
Due fatti opposti, entrambi veri: secondo Bloomberg Goldman Sachs ha smantellato il proprio team quantum dopo aver stimato che per un problema di portafoglio servirebbero milioni di qubit logici; nello stesso momento JPMorgan mantiene cinquanta specialisti e il governo americano diventa azionista di quattro società e lancia una gara da 215 milioni pagata a qubit logici. Le bolle vere hanno una caratteristica: nessuno dentro fa i conti. Qui i conti li fanno tutti e arrivano a conclusioni diverse: il rischio non è nascosto, è dichiarato. La domanda giusta non è "bolla sì o no" ma "quanto futuro sto pagando, e con quale orizzonte".


